lunedì 3 settembre 2012

The end is nigh



Buona questa. Tutti ridono. Rullo di tamburi. Sipario

Che si voglia lasciare il lettore in lacrime o a ridere come un pazzo, che si voglia l'happy ending o il finale straziante, che si voglia far riflettere o far sorridere, sappiamo tutti che in realtà ci sono solo due finali possibili: quello soddisfacente e quello insoddisfacente. Che poi la soddisfazione sia relativa, questo è un altro discorso. 

Abbiamo letto tutti almeno un romanzo o un racconto che ci ha fatto chiudere il libro al grido di "ma che razza di finale del cavolo è questo?". Il finale ideale è quello che, invece, ci fa chiudere il libro (tra le lacrime o tra le risate, sereni o pensierosi) pensando "oh, sì, non poteva che finire così". 



Conflitto! Conflitto! Conflitto!


Se la base di una vicenda è il conflitto, il finale di una storia corrisponde alla risoluzione di quel conflitto. Alla fine della storia il personaggio o ha ottenuto quello che voleva (successo) o non lo ha ottenuto (fallimento). 
Renzo e Lucia si amano e vogliono sposarsi, ma Don Rodrigo mette loro i bastoni tra le ruote. I due promessi sposi vengono separati per un po' da una serie di vicissitudini, ma alla fine si ricongiungono e riescono a sposarsi (successo).
Lord Macbeth vuole diventare re di Scozia. Uccide il legittimo sovrano e ottiene la corona, ma il suo è un regno costruito sul sangue e sul terrore. Alla fine perde tutto ciò che amava e che era importante per lui, prima di perdere anche la vita stessa (fallimento).
Ovviamente il confine tra successo e fallimento non è sempre così netto. Prendiamo ad esempio il finale del film Titanic. Jack e Rose si incontrano sul Titanic e si innamorano. Sono divisi dalla classe sociale: lui artista spiantato che vive alla giornata, lei membro dell'alta società che sta per sposarsi con un ricco uomo d'affari che non ama. Alla fine il Titanic affonda e Jack muore, perciò i due protagonisti non possono stare insieme (fallimento). Però Rose, che all'inizio del film era un personaggio oppresso e infelice, grazie all'incontro con Jack è cambiata, è maturata, e ha capito che deve vivere la vita alle proprie condizioni, non a quelle degli altri (successo).

50/50

In teoria, quindi, tutti i finali sono abbastanza "telefonati": se sto leggendo una storia d'amore, è implicito che la fine possa essere 50-50: o stanno insieme o non stanno insieme. E spesso il genere di romanzo che sto leggendo mi dà un ulteriore indizio su come si risolveranno le cose: se sto leggendo una commedia romantica, sarà difficile che alla fine i due protagonisti non si mettano insieme, così come, leggendo un drammatico, mi dovrò mettere il cuore in pace e accettare la possibilità che alla fine succeda qualcosa che separerà per sempre i miei beniamini.


Nonostante questa apparente prevedibilità - che potremmo piuttosto definire un assecondare dell'orizzonte di aspettativa del lettore - in realtà ogni finale è diverso dall'altro, questo perché in ogni romanzo, anche se la base conflittuale può essere la stessa (A e B si amano, succede X che li separa), la natura del conflitto e la sua risoluzione inevitabilmente varieranno.

Inevitabilità e imprevedibilità 

In un certo senso si può dire, perciò, che i due ingredienti di un finale perfetto consistono in una contraddizione: da una parte vogliamo che il lettore dica "oh, sì, non poteva che finire così" (senso di soddisfazione), dall'altra vogliamo sorprenderlo con un finale che gli faccia dire "non me lo aspettavo proprio". Combiniamo perciò l'inevitabilità all'imprevidibilità.


Il senso di inevitabilità è dato dalla nostra capacità di fare intuire come il racconto andrà a finire, in modo che il lettore abbia delle aspettative. L'imprevidibilità è data invece dalla nostra capacità di costruire delle complicazioni, che distraggano il lettore dall'inevitabile conclusione e gli diano addirittura più finali possibili sui quali ragionare. Più complicazioni si creano più opportunità si danno al lettore di congetturare come il libro andrà a finire. È un po' come il gatto di Schrödinger: un gatto viene chiuso in una scatola con del cibo avvelenato, poi la scatola viene chiusa; fintanto che la scatola è chiusa, nessuno può sapere se il gatto è vivo o morto, perciò coesistono nella scatola più universi alternativi; quando si apre la scatola, gli universi si riducono a uno solo, cioè quello che si rivela essere la realtà. Così, in un libro, noi diamo al lettore diversi dati su cui lavorare e lui, man mano che legge, si farà delle ipotesi su come il libro andrà a finire, ma soltanto finendolo potrà sapere come sono andate davvero le cose.

Alla fine erano gli alieni.

Attenzione a non voler strafare. È vero che il finale imprevedibile è bello, ma "imprevedibile" e "assurdo" sono due cose diverse. Torniamo all'esempio del Titanic: se alla fine Jack fosse stato salvato dalle sirene, che lo hanno portato a riva a nuoto, è vero che in teoria ci troviamo comunque di fronte a "una fine" della vicenda - una fine che vede Jack vivo e con la possibilità di vivere il suo amore con Rose - ma le sirene non c'entrano niente con l'atmosfera e con l'ambientazione del film. Il finale sarebbe sì imprevedibile e sì chiuderebbe la vicenda, ma sarebbe comunque insoddisfacente.


E vissero felici e contenti. E si sposarono. Ed ebbero tanti figli. E i figli crebbero. E andarono all'università. E...

Allo stesso modo è meglio fare attenzione all'uso e all'abuso dei cosiddetti "epiloghi". Con "epilogo" si intendono tante cose: c'è chi lo usa come sinonimo di "conclusione", e cioè lo fa corrispondere a ciò che abbiamo discusso fino a questo momento, e chi lo usa per designare invece una parte ben precisa della struttura narrativa, cioè quella parte che viene "aggiunta" dopo che ha avuto luogo il vero e proprio finale. In altre parole, la storia è finita, il conflitto è stato risolto, ma lo scrittore aggiunge una parte, solitamente molto breve, per raccontare al lettore cosa ne è stato dei personaggi subito dopo o molto dopo le vicende raccontate nel romanzo o nel racconto.

Questa accezione di epilogo è da prendere con le pinze. Per definizione, infatti, l'epilogo prende luogo dopo che la storia si è conclusa, dopo che il conflitto è stato risolto, quindi dopo che la parte interessante da leggere è finita. Una buona conclusione di solito non ha bisogno di epilogo, perché appunto riesce a "concludere" tutto ciò che era rimasto in sospeso. Gli epiloghi si adattano solo a certi generi e solo a certi tipi di romanzo. Se usati a sproposito, rischiano di essere appendici noiose e persino un po' stucchevoli. Di solito è un modo per rendere più happy un già happy end. I protagonisti non solo stanno insieme, ma si sono pure sposati, hanno avuto una dozzina di pargoli e vivono in una casina adorabile dove tutti i loro amici vengono a prendere il tè la domenica. Mh. Grazie. Non mi serviva saperlo, potevo immaginarlo da solo.

Compiutezza

Potreste chiedervi, a questo punto, come si scrive una buona scena finale. Eh.


Per prima cosa, bisogna dare al testo un senso di compiutezza. Il lettore deve avere l'impressione, leggendo, di stare andando verso la fine; non perché il numero di pagine sta diminuendo, ma perché tutti i tasselli stanno andando al loro posto.

Non bisogna poi dimenticare che un racconto, o un romanzo, parla sempre di qualcosa. Un qualcosa attorno al quale noi facciamo ruotare vicende e personaggi, ma pur sempre qualcosa, che sia l'amore, l'amicizia, la famiglia, il dolore, la vendetta, il lutto... C'è sempre un tema portante che fa da cuore della vicenda. È piacevole quindi quando il finale fa da cassa di risonanza di questo qualcosa; le pagine finali devono essere un'ultima nota emotiva, devono amplificare il messaggio, non ridursi alla scia pallida di qualcosa che è stato.

Il finale è la fine

Sembra la scoperta dell'acqua calda, e invece non lo è: il finale deve finire. Non solo si devono concludere tutti i principali nodi della trama, ma anche quelli secondari. Alla fine deve tornare tutto, non necessariamente in modo plateale, però il lettore non deve finire di leggere con la sensazione che sia stato lasciato qualcosa in sospeso.


Doctor who?

Ricordatevi che la risposta deve essere all'altezza della domanda. È cosa buona e giusta tenere il lettore sulle spine e fargli crescere l'aspettativa man mano che va avanti, ma se poi il finale non mantiene le promesse che sono state fatte, state pur sicuri che il vostro romanzo volerà da qualche finestra. Pensate ad esempio alla famosa serie TV Lost, dove per tot stagioni gli sceneggiatori non hanno fatto altro che buttare carne sul fuoco; gli spettatori impazzivano letteralmente per capire cosa diavolo stesse succedendo su quella benedetta isola, tant'è che una delle frasi di lancio della serie era "Niente succede per caso". Le stranezze si accumulavano e le risposte latitavano. Alla fine, come molti di voi ben sapranno, le domande sono rimaste lì a marcire e il finale ha lasciato solo un gran senso di insoddisfazione generale.

Diverso è un caso come quello di Pulp Fiction, dove non viene mai rivelato quale sia il contenuto della valigetta di Marcellus Wallace. Viene data un'effettiva risposta alla domanda? No, nessuno rivela mai il contenuto allo spettatore. Il non sapere cosa c'è nella valigetta rovina la visione del film? No, anzi; viene fatto capire che è un contenuto molto particolare - alcuni dicono che sia l'anima di Marcellus Wallace - ma la natura del contenuto non è importante ai fini della trama, o comunque ai fini della comprensione della vicenda. O anche Inception: alla fine, era tutto un sogno oppure no? Quella maledetta trottola continuerà a girare alla faccia nostra. Un finale del genere è quello che definiamo un "finale aperto". Il fatto che la trottola continui o no a girare non è un dettaglio marginale, anzi!, però il fatto che non venga data la risposta ha un certo significato per lo spettatore. Ha senso il fatto che non si sappia, perché tutto il film è costruito su un personaggio che vive nel passato, nel ricordo della moglie, ed è gustoso poter congetturare se sia riuscito o meno a liberarsi dei propri fantasmi. Il fatto però che, ad esempio, in Godzilla la camera stringa sulle uova dei piccoli godzillini che si devono ancora schiudere, facendo così capire allo spettatore che la storia non è finita, non lascia lo spettatore sulle spine, ma con le scatole girate.

I know my stuff

È cosa buona e giusta, secondo me, avere un'idea, anche se vaga, di dove si vuole andare a parare quando si comincia a scrivere un romanzo o un racconto. Il rischio è altrimenti quello di dilungarsi senza meta in tutto ciò che c'è in mezzo. E fidatevi, è molto più difficile "chiudere tutto" quando quello che c'è stato in mezzo è il frutto della casualità e non della pianificazione. C'è chi è della parrocchia opposta, cioè che in realtà una storia "si sviluppa da sola" e arriva a morte naturale man mano che si va avanti. Stephen King è - o meglio, era - un sostenitore di tale processo creativo. Adesso, a quanto pare, avrebbe cambiato idea; in ogni caso, Stephen King è Stephen King, scrive determinate cose e per determinati motivi e secondo me rappresenta un'eccezione e non una regola. In ogni caso è lecito fare come si preferisce. C'è chi, addirittura, comincia dalla fine, avendo ben in mente il finale e scrivendo il libro di conseguenza.

Conclusioni

La conclusione di un articolo sulle conclusioni non può che essere che non abbiamo concluso nulla. I finali sono difficili, ogni caso va analizzato nella sua singolarità, e non ci sono regole universali per confezionarli bene. Speriamo però di avervi dato del materiale su cui riflettere e con cui guardare con obiettività ai vostri lavori e ai libri che avete letto e che leggerete.




SPOILER!

Qualche finale che ci è piaciuto


Grace Metalious, Peyton Place, 1956


Allison guardò il cielo, dell'azzurro dell'estate indiana, e le parve una campana a coprire lei sola. Provava una sensazione di pace, come sempre, ma per un attimo sentì che non aveva più bisogno di essere consolata e confortata. Quando si alzò e riprese a camminare, il sole splendeva luminoso del calore di mezzogiorno e quando arrivò alla palizzata con le lettere rosse, dovette ripararsi gli occhi con la mano per poter guardare Peyton Place che si estendeva laggiù, simile a un villaggio-giocattolo.


Oh, ti amo, ti amo, gridò senza voce, amo tutto di te. Amo la tua bellezza e la tua crudeltà, la tua dolcezza e la tua bruttezza, ma ora ti conosco, ora non mi fai più paura. Forse domani o dopodomani avrò di nuovo paura, ma oggi ti amo e non ti temo. Oggi sei soltanto una piccola cittadina.

Mentre correva, scendendo dalla collina, Allison immaginò che gli alberi cantassero per lei con tutte le voci di una sinfonia.

- Addio, Allison! Addio, Allison! Addio, Allison! - Correva ancora, quando arrivò in Elm Street. Sua madre la chiamò dalla porta del negozio.

- Allison! Ti ho cercata dappertutto! Hai visite, a casa. Un giovanotto che è venuto da New York. Dice di chiamarsi David Noyes.

- Grazie, - gridò Allison e agitò la mano.

Camminò in fretta e quando arrivò all'angolo Beech Street corse per tutto l'isolato, fino a casa.

Nick Hornby, Alta fedeltà, 1995

Il resto della serata è un po' come il finale di un film. C'è tutto il cast che balla: Dick con Anna (lui dritto e rigido strascica i piedi, lei lo tiene per le mani invitandolo a lasciarsi un po' andare), Marie con T-Bone (Marie è ubriaca e T-Bone guarda qualcuna che è alle sue spalle - Caroline! - e che chiaramente gli interessa), Laura con Liz (che parla di chissà che, molto animatamente e palesemente arrabbiata).


Metto Got to get you off my mind di Solomon Burke, e tutti provano a ballarla, solo per senso del dovere, anche se nemmeno i migliori ballerini sarebbero capaci di tirarne fuori qualcosa; per giunta nessuno può vantarsi di essere tra i più bravi, e neanche tra i medi. Quando Laura sente le prime battute della canzone fa una piroetta, mi lancia un sorrisone e alza diverse volte il pollice per dire evviva, e io comincio a compilare nella mia testa un nastro per lei, in cui ci saranno un mucchio di canzoni che conosce già e che sarà contenta di sentire. Stasera, per la prima volta, mi sembra di capire cosa devo metterci.

Benjamin Tammuz, Il Minotauro, 1989

L'indomani Thea vide la fotografia sui giornali e anche Nikos la vide. La pregò di continuare a vivere, e di dargli le pillole che aveva comprato in farmacia. Thea gli chiese di partire per Madrid e non tornare fin quando non lo avesse chiamato lei; fu costretto a obbedire, ma difese con forza il suo diritto di telefonarle ogni giorno.


Alla prima telefonata, quella stessa sera, rispose il padre e gli disse che lei stava bene. Dormiva nel suo letto già da alcune ore.

Quando telefonò l'indomani, attese a lungo ma dall'altra parte non rispose nessuno.

George Orwell, 1984, 1949

La voce proveniente dal teleschermo ancora gorgogliava notizie di prigionieri, di saccheggi, di massacri, ma fuori le grida si erano attutite. I camerieri stavano ormai tornando al loro lavoro. Uno di essi si avvicinò con la bottiglia di gin in mano ma Winston, immerso in una visione beata, non gli prestò la benché minima attenzione quando gli riempì nuovamente il bicchiere. Non correva, non gridava più il suo entusiasmo. Ora era di nuovo al Ministero dell'Amore. Tutto gli era stato perdonato, e la sua anima aveva la purezza della neve. Si trovava al banco degli imputati, a confessare tutto, a coinvolgere tutti. Seguito da una guardia armata, camminava lungo il corridoio piastrellato di bianco, ma aveva l'impressione di camminare nella luce del giorno. Il proiettile tanto atteso gli si stava finalmente piantando nel cervello.


Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant'anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! Due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello.

Quali sono i vostri finali preferiti?

Nessun commento:

Posta un commento

I vostri commenti ci illuminano la giornata!